Thu. Mar 30th, 2023
Polonia, la condanna dell'attivista pro-aborto manda un chiaro segnale di intimidazione alle donne

diritto e giustizia: questo è il nome del partito che oggi governa la Polonia. Concetti cruciali, quelli delle due parole scelte per nominare una formazione politica, che però dal 2019 sta distruggendo questo diritto (o meglio i diritti universali che sono quelli delle donne) e usando la giustizia contro di loro nella sua significato biblico: punitivo, vendicativo e terrificante. Tutto questo sta accadendo in un Paese cattolico proprio dove, decenni prima, era nato un movimento di reazione al totalitarismo sovietico, che con il suo nome era chiamato il solidarietà.

Questa solidarietà, questa empatia, questa vicinanza che devono guidare chi governa in nome della giustizia e del diritto e che invece hanno portato ai processi e poi alle condanneattivistaqualche giorno fa, perché ha aiutato una donna vittima di violenza da parte del marito a farlo interrompere una gravidanza prendere la pillola abortiva. In Polonia, dopo la drammatica entrata in vigore nel 2021 di una legge che vieta l’aborto anche in caso di malformazione del feto e che, quindi, in pratica, stabilisce la divieto assoluto di aborto in campagna l’unico modo è farsi la pillola abortiva in tempo perché prendere la medicina da sola non è punibile.

Ipocrita, malafede e surreale, questa disposizione labile ci dice plasticamente che le donne, a meno che non siano tutte dottoresse e farmaciste, devono necessariamente in caso di bisogno andare via innescare il reato di causato un aborto. Ed è per questo crimine che Justyna Wydrzynska è la prima attivista europea ad essere condannata per aver contribuito ad accedere all’aborto.

L’aborto Dream Teamquesto il nome dell’associazione creata da Wydrzyńska, è l’unica associazione in Polonia che aiuta le donne che hanno bisogno di interrompere la gravidanza in un Paese dove, solo nel 2019, sono state riscontrate 1074 malformazioni fetali. una donna abusata ha contattato Wydrzyńska, che le ha inviato pillole abortive. Il compagno della donna le aveva proibito di recarsi in Germania per interrompere la gravidanza: ha intercettato la droga, ha chiamato la polizia che ha trovato l’attivista e lo ha arrestato. Il processo, durato poco meno di un anno, è culminato nel condannato a otto mesi lavoro socialmente utile.

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Non si tratta dell’entità della pena che è decisamente meno severa dei tre anni di reclusione richiesti dal pubblico ministero. Il punto è il segnale e il senso della punizione e della prova di forza muscolare che il governo fondamentalista di destra ha voluto dare per intimidire le donne polacche inviando loro un chiaro messaggio: Dio, patria e famiglia ti tengono in mano. Vi perseguiteremo se sarete solidali gli uni con gli altri e se cercherete, nonostante tutto, di ritenervi liberi. La distopia raccontata nel libro di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella è diventata realtà (anche) in Europa.

Ecco un estratto da discorso dell’attivista in tribunale prima della condanna:

“Sento di essere innocente. Quello che ho sentito qui in questa stanza, i dettagli della situazione di Ania (come si chiama la donna a cui Wydrzyńska ha inviato le pillole) mi ha solo convinto che le mie azioni erano giuste. Mi ha fatto capire che avevo fidarsi del mio intuito e rischiare per aiutare chi è nel bisogno.Vorrei che nessuna donna si trovasse mai in queste situazioni difficili da sola, senza sostegno e con la famiglia che agisce contro di essa.Credo che aiutare un’altra persona che chiede sostegno mentre lottare per la loro libertà è nostro dovere. Questo è ciò che ci rende umani. E non lo tradirò, non me ne vergognerò né crederò che sia un crimine. Vostro Onore, viviamo in un paese che non ha rispetto per le donne. La legge anti-aborto non è solo crudele, è fittizia. La legge non impedisce alle persone con gravidanze indesiderate di interromperle. Non è una mia opinione, è quello che dimostrano tutte le ricerche sull’aborto, nel mondo. (…) Una donna che non vuole essere incinta pensa pragmaticamente; come accedere all’aborto, quanto costerà, se te lo puoi permettere. E avrà quell’aborto, indipendentemente dalla legge e indipendentemente dalla sicurezza del metodo che usa. (…) Non voglio che nessuno si sottoponga da solo a pratiche pericolose di aborto non sicuro, quando è possibile farlo in sicurezza e senza stigma. Non voglio che nessuno di noi debba rinunciare al proprio diritto alla libertà e all’autodeterminazione”.

L’inizio della vicenda polacca è coinciso con una sfortunata dichiarazione pubblica di Papa Francesco, sempre presente per denunciare la violenza della guerra sul pianeta ma che purtroppo, proprio durante la Veglia Pasquale del 2020, si è avvicinata guerre e aborto augurando la fine di entrambi. Come dimostra la realtà, è profondamente fuorviante associare la guerra all’aborto.

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In Italia le donne hanno lottato duramente nella seconda metà del 1900 per avere una buona legge come la 194, che non a caso si chiama “Norme per la tutela sociale della maternità e interruzione volontaria di gravidanza” e ancora non a caso nel primo articolo si legge: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione consapevole e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana fin dalla sua origine. L’interruzione volontaria di gravidanza, di cui alla presente legge, non è un mezzo di controllo delle nascite”.

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È, vale la pena ripeterlo, a diritto facoltativo: non si tratta di uccidere ma, al contrario, di garantire dignità e spazio vitale alla scelta più definitiva inesistenza umana, in capo solo le femmine della specie: per partorire in tutta sicurezza e responsabilità. Il paragone con la guerra vale solo se, e purtroppo ci sono Paesi al mondo dove questa guerra è ancora in corso, le donne non hanno accesso possibilità interrompere una gravidanza. Sappiamo molto bene di chi muori aborto clandestino e anche in Italia morirono persone prima del 1978. Questa strage non fu (e non è ancora) una guerra senza bombe?

Basta aborti clandestini, gridavano con disperazione e indignazione le donne nei cortei degli anni ’70, così come ultimamente nella cattolicissima Irlanda dove è solo dal 2018 che si può accedere all’aborto senza doversi fermare né, anzi, rischiare sanguinare a morte per le conseguenze del lavoro in condizioni pericolose. Proprio in questi giorni Amnesty International ha fatto appello per fare luce sulla questione di Vanessa Mendoza Cortéspresidente di “Stop alla violenza” che presto potrebbe essere giudicato solo per essersi pronunciato a favore dei diritti delle donne in Andorra, compreso il diritto all’aborto.

Quindi no: la guerra non è un aborto e le due parole della stessa frase pronunciate da un uomo che spesso mostra sensibilità verso le ingiustizie scricchiolano come chiodi nella carne di Cristo, il Cristo che ha mostrato questa empatia che manca decisamente ai leader cattolici in Polonia e in gran parte del mondo nei confronti delle donne.

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